Premessa immediata: «Io da alcuni mesi guardo con la dovuta distanza a ciò che sta succedendo in Sicilia».
E allora di cosa si occupa, onorevole Falcone?
«Per esempio, per il Ppe, da membro della Commissione Econ, sto seguendo l’iter per l’istituzione del nuovo euro digitale, la moneta del futuro che sarà una rivoluzione. Oppure, sto lavorando da relatore alla riforma della tassazione di tabacco e nuovi prodotti del settore. Questi solo due dei diversi dossier che vedono protagonisti gli eurodeputati di Forza Italia in Europa e, devo dire la verità, è entusiasmante»
Non si offenderà se parliamo di altri temi: commissariamento di Forza Italia e rimpasto nel governo Schifani.
«No, ma mi deve consentire una digressione nel recente passato. Io, a fine marzo, ho incontrato il presidente Schifani. E gli sottoposi due questioni. La prima era quella di chiudere la vicenda del rimpasto proponendo un nuovo governo di alto profilo. La seconda era riorganizzare Forza Italia, considerata la botta del referendum e lo sfilacciamento sotto gli occhi di tutti».
Lei la racconta in modo edulcorato, ma dopo l’incontro i giornali titolarono: “Falcone chiede la testa di Caruso e il rimpasto”. Alla fine ha ottenuto entrambe le cose, ma non la inseriscono nell’elenco dei vincitori di questa partita.
«Non so chi compili questi elenchi, ma penso che in questa vicenda non ci sono vincitori né vinti. Non ne ho mai fatto una battaglia personale, ma ho messo a disposizione delle idee. In primis per ridare serenità a Forza Italia, che non deve limitarsi alla moderazione intesa come mantenimento dello status quo, ma deve essere un partito che abbia visione e riaccenda sogni e speranze. E poi, per rendere più efficace l’azione del governo regionale, recuperando il rapporto con i cittadini siciliani, un rapporto che sta scricchiolando. Ma, se lei è d’accordo, vorrei separare il commissariamento dal rimpasto».
D’accordo. Andiamo in ordine cronologico: Tajani decide finalmente di rimuovere Caruso e sceglie Minardo. Che non era certo il suo nome… Una vittoria di Pirro, per lei?
«Ritorno al concetto di prima. Io, prima del mio interesse personale, metto quello del partito. Che è una casa, un tetto che ripara. Il che per qualcuno può essere un limite, ma in realtà è soprattutto una difesa. Detto questo, io ho esposto chiaramente a Tajani, ai massimi dirigenti nazionali, nonché a Schifani e a Caruso, quello che non va dentro Forza Italia siciliana. E a Palazzo d’Orléans avevo anticipato al presidente che ci sarebbe stato un imminente cambio di organizzazione. Confidavo che si evitasse una scelta dall’alto, che ad esempio per la Sicilia fosse scelto un tutore da Roma. La mia indicazione Schifani la prese come un atto ostile, invece era un invito a far sì che la classe dirigente siciliana sapesse autogestirsi».
Alla fine il commissario è Minardo. Il commissario dall’alto che lei voleva scongiurare. E per questa scelta ha rotto l’asse con Mulè.
«È una scelta dall’alto, nel senso che deriva come naturale dal segretario nazionale Tajani, ma con una condivisione sostanziale di quasi tutti. Alla fine possiamo definirla la soluzione meno traumatica. Da uomo di partito, sono pronto ad aiutarlo. L’ho già incontrato la scorsa settimana e gli ho chiesto che venga finalmente convocata una segreteria regionale, coinvolgendo i massimi esponenti istituzionali azzurri e quantomeno i nove segretari provinciali e i tre segretari delle grandi città. Il commissario Minardo mi ha rassicurato, su questa e su altre cose. Io ho il dovere di mettermi a sua disposizione, gli starò vicino e mi permetterò di dargli dei suggerimenti che possano rafforzare non solo lui, ma soprattutto il partito in vista di una stagione elettorale importante come quella del 2027».
Sta glissando su Mulè…
«Non c’è niente da dire. Ognuno lavora per il bene del partito, naturalmente con le proprie idee. Mi sforzo sempre di non personalizzare, guardando innanzitutto a Forza Italia. E poi, senza offesa per nessuno, rientro ormai fra i più “vecchi” dentro FI: quando io già c’ero, altri non c’erano. Ne ho visti passare tanti: i singoli vanno e vengono, il partito resta. Forza Italia è per me casa».
Torniamo al rimpasto. D’Agostino, mancato assessore alla Salute, lamenta «diffidenza» da Palazzo d’Orléans rispetto a Catania e ai catanesi. Condivide?
«Se Nicola ha fatto questa affermazione, vorrà dire che avrà i suoi motivi».
Adesso il nuovo governo di Schifani risponde ai canoni di «alto profilo» che lei aveva chiesto?
«Dare un giudizio negativo aprioristicamente sarebbe sbagliato. Aspettiamo i fatti prima di dire che poteva farsi meglio, confidando che Schifani abbia fatto queste scelte tenendo conto di una prospettiva per la Sicilia. Adesso, prima di tutto, serve un po’ più di serenità, grazie alla quale si possa scrivere un’agenda di 3-4 riforme da realizzare entro fine legislatura».
Secondo lei l’era Schifani è al tramonto?
«Attenzione: Schifani continua a essere il governatore ed è in Sicilia una realtà importante. È presto per parlare del suo destino. Piuttosto che fare previsioni, sarebbe meglio metterci a lavorare nel governo e nel partito. Poi saranno i risultati a parlare: fra sei mesi, o quando sarà, faremo tutte le valutazioni del caso».



